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ENG

I've never been to North Africa.

I began working on this project at the end of 2011, one year after the first uprisings of what the Western media would then call the Arab Spring.

The documentation for these events was for the most part provided by the populations involved who, using smart-phones and small video cameras, published and shared pictures and videos of the revolts on the internet. This particular layer of representation, that so much informed the media coverage of the conflicts and that came to overlap with the events themselves, became the ground I worked on to experiment and investigate through photography the relationship between language and content of images.

I watched and studied hundreds of videos on the internet, singling out individual frames which I would then re-frame and photograph from my computer screen with a Polaroid camera.

The black-and-white instant films made it possible to capture and extract single images from the fast-flowing stream of the videos without showing the screen surface: both pixels and low-definition flaws disappeared, melting with the film's peculiar emulsion and bringing the virtual image back to its concrete state as a real and material object.

Through this ambiguity, which managed to conceal the nature of the photographs, I wanted to represent the overlap between documenting and witnessing, between pictures produced (and post-produced) by photographers and home-made pictures provided by people actually participating in the events.

If on the one hand the yellowed aspect of the photographs seemed to suggest a temporal distance between me and the events, on the other hand it clashed with their being contemporary: so the images gradually moved away from the subject (and the photographer) to get closer to our visual memory and our processing of reality.

ITA

Non sono mai stato in Nord Africa.

Ho iniziato questo progetto alla fine del 2011, circa un anno dopo le prime manifestazioni di quella che i media occidentali hanno chiamato “la primavera araba”.

La documentazione di questi eventi è stata per la maggior parte realizzata dalla popolazione stessa che, attraverso smartphone e videocamere amatoriali, ha diffuso e condiviso immediatamente sul web immagini e video delle rivolte. Questo livello di rappresentazione, che ha così influenzato la copertura mediatica del conflitto sovrapponendosi agli eventi reali, è diventato per me il terreno su cui lavorare per sperimentare, attraverso la fotografia, il rapporto tra il linguaggio e il contenuto delle immagini.

Ho guardato e studiato quindi su internet centinaia di video, selezionando singoli fotogrammi che ho poi reinquadrato e fotografato dal monitor del mio computer con una macchina Polaroid.

Le pellicole istantanee in bianco e nero riuscivano infatti ad estrapolare le immagini dal flusso veloce dei filmati, senza mostrare la superficie dello schermo: i pixel e i difetti della bassa definizione così scomparivano, mescolandosi con l'emulsione impastata delle pellicole e riportando istantaneamente quell'immagine virtuale allo stato concreto di oggetto materiale e reale.

Attraverso quest'ambiguità, che non svelava quindi immediatamente la natura delle fotografie, volevo rappresentare proprio la sovrapposizione tra documentazione e testimonianza, tra immagini prodotte (e post-prodotte) dai fotografi, e immagini auto-prodotte dagli stessi protagonisti delle rivolte.

Se da una parte l'aspetto ingiallito delle fotografie sembrava suggerire una distanza temporale tra me e gli eventi, dall'altra entrava in conflitto con la loro contemporaneità: così le immagini lentamente si sono allontanate dal soggetto (e dal fotografo) e si sono avvicinate sempre più alla nostra memoria visiva, alla nostra rielaborazione della realtà.